Identità digitali.

Si parla sempre troppo poco della necessità di tutelare la propria identità digitale. Ossia quell’insieme di informazioni e di dati che ci riguardano e che viaggiano attraverso il web sotto forma di bit. Un aggregato prezioso di dati personali, interessi, passioni, geolocalizzazioni, intenzioni di voto, pareri, opinioni, acquisti….

Si potrebbe continuare ancora per molto a elencare tutto quello che ci riguarda e che più o meno consapevolmente condividiamo online.

Il problema principale, infatti, è proprio la consapevolezza. Ben pochi si rendono conto, infatti, di quanto della propria vita offrono a multinazionali dedite esclusivamente ad accrescere il loro ingente patrimonio. Per esempio, molte persone credono che Google sia soltanto un motore di ricerca ma non è così. Google è nato come motore di ricerca nel 1997, per poi diventare nel 1998 una società dal nome Google LLC.

Nel 2015 Google LLC è entrata a far parte di Alphabet, una holding che si occupa di vari settori e che comprende numerose società.

Fonte it.wikipedia.org

Una delle principali fonti di guadagno per questo colosso del web deriva dalla vendita di servizi pubblicitari (Ads). Non stupitevi di trovare molto facilmente, grazie a Google, proprio quello che stavate cercando… o in alcuni casi soltanto desiderando.

È in questo modo che parte della nostra identità digitale si trasforma in un ricco e appetitoso pacchetto da vendere al miglior offerente e dal cui scambio non riceviamo alcunché.

Ma sia chiaro che Google non è l’unico attore di questo mercato miliardario. Anzi, è in ottima compagnia.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Ciò che a parer mio va rivista è l’illusione, cresciuta in questi anni, che Internet sia un mondo libero e soprattutto gratuito.

Quanto di più sbagliato. Internet è sì un mezzo di comunicazione, informazione e svago importante ma è anche e soprattutto un mercato in cui si cerca di emergere a suon di dollari. Mantenere operativa un’infrastruttura di tale portata ha costi esorbitanti che paghiamo senza rendercene conto attraverso le nostre ricerche, la visione di filmati, le interazioni sul web, i banner, i social, ecc.

Ed è proprio per questo che ripeto che il nodo fondamentale è la consapevolezza. Quanti di voi utilizzano applicazioni o servizi “gratuiti”? Credo molti, anche io a volte. Ma sono consapevole che in cambio di un gioco o di un app di fotografia che installo senza pagare denaro, sto fornendo agli sviluppatori l’accesso a parte della mia vita: i miei contatti, le mie fotografie, il microfono del telefono…o anche di più. Un insieme variegato di informazioni e di dati che possono essere trasformati in una preziosa merce di scambio.

Questo sistema illusorio di gratuità che pervade il mondo digitale andrebbe assolutamente scardinato e ripensato.

Io personalmente sul mio smartphone cerco di utilizzare quanto più possibile applicazioni a pagamento perché penso e spero che in questo modo si possa tutelare il lavoro altrui pagando con denaro e non con la cessione di una parte di sé. E cerco di tutelare più che posso le mie “informazioni personali” valutando ogni volta le richieste di accesso fatte dalle applicazioni che utilizzo.

Cosciente però di combattere una battaglia impari contro un sistema che presenta troppi lati oscuri e che gli Stati non hanno alcuna intenzione di sostenere veramente.

Foto di Momentmal da Pixabay

In questo stato di incertezza e confusione generale, ognuno dovrebbe fare la propria parte e iniziare a tutelare la propria vita digitale per quanto possibile. Attraverso l’informazione, la conoscenza e soprattutto la comprensione di quanto questo tema sia importante e centrale nella modernità liquida in cui viviamo.

Io sono consapevole che la mia identità digitale è un bene prezioso che appartiene solo ed esclusivamente al sottoscritto. Dovreste iniziare a fare altrettanto.

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